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martedì 8 maggio 2018

Anathema - The Optimist

#PER CHI AMA: Experimental Rock, Radiohead
Vostra nonna sa bene che se il sugo è un po' balordo, bisogna abbondare col soffritto. E sa anche che se viene a mancare l'ispirazione, l'artista avveduto abbonda col mestiere. Agli Anathema riconoscono anche i detrattori una formidabile versatilità stilistica (cfr. la notturno-strombettante coda simil-jazz di "Close Your Eyes", dove la ialina Lee Douglas trova stavolta la sua migliore dimensione), una crescente abilità atmos/tronica (le grossolane intemperanze EDM della introduttiva "Leaving it Behind"; le goffe j-m-jarrettate del pessimo strumentale "San Francisco", vagamente reminescente della comunque eccellente "Endless Ways") e soprattutto la capacità di creare certe emozionali-emozionanti progressioni intrise di tensione (di nuovo "Endless Ways"; il pianoforte che muta in chitarra elettrica nel narrare il tema di "The Optimist", inizialmente me-tapino-sospirante poi astutamente ed efficacemente progr/essiva; il manieristico quasi-interamente-strumentale "Springfield", avveduto primo singolo dell'album). Per tacere poi del tanto vituperato pop da classifica, saggiamente dosato, giusto per mettere al sicuro il risultato (cfr. gli Spandau Ballet abbagliati di "Can't Let Go" o la Enya che visita uno zuccherificio di "Ghosts"). Sarebbe stato avventato aspettarsi altro da questo. Ma di più, un poco di più, quello sì. Del tutto pretestuosi gli accostamenti ad 'A Fine Day to Exit', di cui questo 'The Optimist' sarebbe un sedicente sequel. (Alberto Calorosi)

CodeRed - Dominions of Our Deceitful Beliefs

#PER CHI AMA: Brutal Techno Death, Morbid Angel, Nile
Uscito originariamente autoprodotto nel 2013, 'Dominions of Our Deceitful Beliefs' rappresenta l'album di debutto dei CodeRed, combo proveniente dalla Transilvania. Se la label rumena Loud Rage Music lo sta riproponendo rimasterizzato, un perchè ci deve pur essere, e allora lanciamoci all'ascolto di un lavoro che affonda le proprie radici nel death di scuola americana, quella che rincorre un nome su tutti, i Morbid Angel, non tralasciando poi Nile e Suffocation. È proprio da qui che il quartetto di Braşov parte, srotolando nove tracce (rispetto all'originale c'è una bonus track, "I'm the One") all'insegna di tecnica, brutalità ed improvvisazione, dato che già dalla seconda "Symptoms of General Decay" (ma anche successivamente in "Crowd Control") emergono chiari riferimenti al jazzato di Atheist e Pestilence, qui deprivati di quella forte componente melodica che regnava nei migliori album di quelle due mitiche compagini. Il sound proposto dai CodeRed è generalmente più dritto, affidandosi a ritmiche serrate, vocalizzi aspri in stile Vader e al classico sound chitarristico a la Morbid Angel: vi basti ascoltare l'opener "At His Appearance Dark Red" o la terza "Way of Nibiru" per trovare i punti di contatto con la band floridiana e quel sound tanto in voga a metà anni '90, ma quando poi si arriva alla porzione solistica, ecco che anche echi dei primissimi Cynic emergono forti e chiari dal nevrotico caos sonoro generato dai quattro musicisti rumeni. Ora mi è più chiaro il motivo per cui la Loud Rage Music ha voluto riproporre questo cd, perderlo probabilmente sarebbe stato davvero un grosso peccato. (Francesco Scarci)

lunedì 7 maggio 2018

Spectral - Neural Correlates of Hate

#PER CHI AMA: Techno Death, Spawn of Possession, Pestilence
Formatisi nel 2007, i rumeni Spectral arrivato all'agognato debutto sulla lunga distanza addirittura dopo oltre dieci anni, grazie al supporto dell'attivissima Loud Rage Music. Le coordinate stilistiche lungo le quali si muove il trio di Piteşti, formato peraltro da un membro dei CodeRed (che presto leggeremo su queste pagine), sono quelle del techno death, grazie a nove brillanti tracce che iniziano ad incendiare l'aria già con "Artificial Storage, una song che chiama in causa Pestilence e Necrophagist, giusto per fare un paio di nomi. Le linee di chitarra sono vertiginose, la voce di Andrei Calmuc bella abrasiva, e il comparto affidato alla contraerea di Romain Goulon, il batterista, davvero notevole. Non dovete immaginare però un campionario di velocità furibonde o ritmiche super-pestate perché i nostri sciorinano un bel po' di tecnica a completamento del proprio assetto da guerra. Splendida a tal riguardo la porzione acustica di "Ashes to Dust", cosi come la sua parte solistica, una song da paura che merita tutto il vostro ascolto e rispetto in una cavalcata di quasi nove minuti di montagne russe, certo non la più semplice delle passeggiate, considerato il genere. Il disco continua poi offrendo questo campionario di soluzioni artistiche tra stop'n go da lasciare senza fiato, elevatissime dosi di tecnica individuale, incursioni brutal death di scuola Spawn of Possession o annichilenti partiture di ultra techno death che evocano anche gli Obscura. Alla fine, 'Neural Correlates of Hate' è francamente un ottimo album di fresco ed intenso techno death metal che oltre a protendersi verso il brutal (nella title track ad esempio), arriverà anche a sconfinare nel progressive deathcore, offrendo la raffinata proposizione del genere dalle sapienti ed allucinate (ascoltatevi "Hallucinatory Authorization") menti di questi Spectral. (Francesco Scarci)

Gold Miners Night Club - S/t

#PER CHI AMA: Punk/Hard Rock
Una manciata di rocchenroll energetici ("Rock'n'Roll Song", appunto), polleggiati (la flessuosa "Everybody Want to Be Like Me" è ahimè intercalata da piuccheopinabile interludio quasi-rnb con tanto di autotuning), funkeggianti (più precisamente fukkeggianti: "Shut the Fuck up", appunto) o ancora aromaticamente punk n'roll ("I Live My Life", ma perché quella batteria così sintetica?): non è difficile ipotizzare che tra i più assidui frequentatori del malandato night club dei minatori bresciani vi sia un certo Billy Gibbons (tutto l'album, ma forse "I Wanna Fah" e "Gummy Eyeball" sono i brani maggiormentte ZZ-eggianti). A tratti meccanico e privo di corpo il suono, è senz'altro frutto della (coraggiosa seppure eccessiamente diffusa) scelta di esibirsi in duo. Indubbiamente da sistemare l'accento anglofono nelle parti cantate. Si raccomanda l'esecuzione a cappella di "Subterranean Homesick Blues" per almeno cento volte. E tre paternoster. (Alberto Calorosi)

venerdì 4 maggio 2018

Himsa - Summon In Thunder

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Metalcore/Death, Arch Enemy, Carnage
Era il 2007 quando uscì l'ultimo vagito degli Himsa, un vero assalto sonoro ai timpani. Forti di una super produzione ad opera di Steve Carter (per ciò che concerne la musica), Devin Townsend (per la voce) e Tue Madsen (per il mixing e la mastering), 'Summon in Thunder' rappresenta sicuramente il top della carriera per il quintetto di Seattle, anche se le critiche all'album furono piuttosto esagerate. Le undici straripanti tracce svelano il dinamico thrash/death metal, ricco di melodie ma anche di tanta furia, una miscela di vecchio speed metal unito ad un suono moderno, rabbioso e senza compromessi. Riff rocciosi (di scuola svedese) avviluppano le menti, con la batteria sempre precisa di Chad Davis che pesta che è un piacere e la voce di Johnny Pettibone a vomitare tutto il suo odio. Il platter della band statunitense non lascia tregua, è una cavalcata continua in cui trovano sfogo gli ottimi assoli delle due asce (influenzati dai solo dei fratelli Amott degli Arch Enemy). Se devo indicare un brano che mi ha colpito più degli altri, cito la quinta traccia “Skinwalkers”, che inizia con un buon arpeggio, prosegue su un mid tempo fino ad esplodere a metà circa in un attacco convulso, ma sempre ben ragionato, per poi concludersi con una raffinata scarica chitarristica. Una citazione spetta anche alla successiva “Curseworship”, per la sua capacità di non darci modo di pensare e non annoiare. Forse proprio in questo sono migliorati questi ragazzi: alla fine del cd, pur rimanendo quella sensazione di già sentito, non sono assolutamente annoiato e ne vorrei ancora. Tecnica inoppugnabile, melodie accattivanti, niente di originale sia chiaro, però l’headbanging è garantito per tutti gli amanti di questo genere di sonorità e non solo. (Francesco Scarci)

giovedì 3 maggio 2018

Swans - Deliquescence

#PER CHI AMA: Rock Sperimentale
...ancora mantiene qualche cronosoma di "Bring the Sun" e compie definitivamente la sua exuvia su 'Deliquescence'. Deliquescenza inversa: l'entrata di "Frankie M" (diciotto minuti: appena un pelino autoindulgente chioserebbe non senza una parte di ragione qualche maligno brufoloso affetto da alitosi) sarà ampiamente ridimensionata su 'The Glowing Man' (che si tratti di una seconda deliquescenza di "The Apostate"?). Deliquescenza retroattiva: "Just a Little Boy" nella versione 'The Gate' appare stranamente intermedia tra le due precedenti live ('Not Here/Not Now') e studio ('To be Kind'), perlomeno negli intenti. Deliquescenza assente, già, nelle (non troppo) sorprendentemente identitarie "Cloud of Forgetting" e "Screen Shot", guarda caso entry-track dei rispettivi album. Deliquescenza della deliquescenza: è ipotizzabile che lo stesso Michael Gira sia a conoscenza dell'impossibilità di oltrepassare la (a tratti prosaica) magniloquenza di "The Knot" (quasi quarantacinque minuti) senza apparire autocaricaturali (cfr. il Neil Young di "Driftin' Back") e, per questa medesima ragione, abbia annunciato lo scioglimento della band. 'The Gate': centocinquanta minuti, tre canzoni da T-B-K, una da T-S e quattro inedite (poi su T-G-M). 'Deliquescence': centocinquantacinque minuti, tre canzoni da T-G-M, una da T-B-K e tre inedite. La deliquescenza live impeccabilmente testimoniata su questi monumentali e autocompiaciuti live è senz'altro parte imprescindibile del processo creativo e compositivo successivamente formalizzato in studio. Ma nove ore tra live e studio per assommare ventuno canzoni in poco più di due anni (la discografia dei prolificissimi Beatles totalizza poco più di otto ore e centottanta canzoni in nove anni) sembrano un cicinino troppe. Ma soltanto nella patetica opinione di qualche qualche gibbuto detrattore affetto da psoriasi. (Alberto Calorosi)

(Young God Records - 2017)
Voto: 75

https://www.facebook.com/SwansOfficial/

Clawfinger - Life Will Kill You

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Alternative/Nu/Rap
A distanza di due anni dal fortunato e incazzato 'Hate Yourself with Style', i leggendari nu/rap metallers svedesi Clawfinger hanno rilasciato il settimo album della loro discografia. Come sempre ci hanno abituato, il trio scandinavo ci spara un lavoro in grado di miscelare suoni provenienti da più disparati ambiti sonori, sempre capace di shockarci con la loro proposta fuori dal comune, per la presenza del cantato rap, che li ha resi famosi nella scena metal mondiale. Continuando il discorso intrapreso nella precedente release, che rappresentò il debutto per la potente Nuclear Blast, 'Life Will Kill You' contiene 11 arroganti e irriverenti songs, che non potranno non piacere ai fan di sempre della band, e potranno anche catturare l’attenzione di nuovi adepti e curiosi. L’album si apre con “The Price We Pay”, esaltante nel suo incedere, grintosa, melodica; bella song davvero, caratterizzata anche dalla presenza di archi. Segue la rappeggiante title track, forse il pezzo più ballabile dell’album, in grado di scatenare con il suo ritornello una delirante danza selvaggia. Il sound del combo, lungo gli 11 pezzi, si dimostra sempre sperimentale nella sua proposta, ed è bello constatare che dopo vent’anni di onorata carriera, la freschezza e l’entusiasmo dei nostri, si sia confermata al top anche in quello che è rimasto l'ultimo full length della loro discografia, ormai datato 2007. Zak, Bard e Jocke ci regalano alla fine ottimi brani, sempre orecchiabili (“Prisoners” e “It’s Your Life” sono le song che preferisco), tosti, talvolta danzerecci (ma nel senso che vi si può scatenare un pogo violentissimo sopra); samples elettronici, vocals femminili, influenze grunge e hardcore, completano un lavoro multi sfaccettato che mi sento di consigliare un po’ a tutti, dagli amanti del rock più classico ai metallari estremisti più incalliti. Le liriche trattano, al solito, temi scottanti quali la politica e il razzismo. 'Life Will Kill You" è un melting pot di stili, musica heavy metal a 360° di cui se ne sentiva la mancanza. (Francesco Scarci)

(Nuclear Blast - 2007)
Voto: 75

http://www.clawfinger.net/

Minneriket - Anima Sola

#FOR FANS OF: Black Viking
Minneriket is a solo project created by the Norwegian musician Stein Akslen, who is well known in the Norwegian underground black metal scene (Blodsgard, Vakslen, Æra). His music has been featured on several underground compilation albums, as well as in several independent short-films. Prior to the inception of this project, Stein has been involved in several other bands, all of them related to black metal, so it’s not a surprise that also this one, which was founded in 2014, is solidly related to this genre. Lyrically, Minerriket´s music deals with paganism, existentialism and melancholy, which is not a surprise taking into account his profound interest in old mythologies and alternative spirituality. In only four years, Minnerriket has released four albums, including a tribute to Burzum. 'Anima Sola' is the new opus by Stein and I must admit that I was initially slightly confused with the album artwork, which reminds me some gothic meta/rock albums. The used artwork is a little bit misleading, but 'Anima Sola' is just another step in the evolution of the previous works and it is firmly rooted in a traditional black metal style. Sonically, this new work sounds more aggressive than the previous one, but it also has an occasional dense melancholic and mournful sound, which makes this album a hypnotic experience. The album flows between the most atmospheric tracks and the rawer ones being the winners, in my humble opinion, the mid-tempo tracks like the album opener “Tro, Håp Og Kjærlighet”. I like the slower riffing which sounds more intriguing and hypnotic, rather than the more straightforward sections contained in tracks like “An All Too Human Heart”. Those rawer and, occasionally, faster tracks are good but I think they can sound as too standard in comparison to those which recreate melancholic sonic landscapes. As usual, the longest tracks offer the chance of enjoying both aspects, and this time is no different with the sixth song entitled “Det Lyset Jeg Ikke Kan Se”. This song contains some of the best riffs of the album, which appear in the slowest and darkest sections, once again those parts are the most interesting ones, because they create an engrossing atmosphere. Another standing out track is “Sorger Er Tyngst I Solskinn”, due to its slightly experimental nature. It contains some sections with weird riffs and an initial choir with male clean vocals, which remind me the classic Viking metal choirs. A strange combination for sure, but it somehow can work if you like this sort of experimentations. In conclusion, Minneriket has released an album which can please the average black metal fan who wants a release with a raw and a traditional sound at the same time, but also with room to slight experimentations and variations in the pace. 'Anima Sola' is mainly a mid-tempo work with occasionally faster and furious sections. Anyway, this cd has its best moment when Stein focus his efforts on creating hypnotic and mid-tempo riffs, which make the album a more unique listening. (Alain González Artola)

(Akslen Black Art Records - 2018)
Score: 70

https://minneriket.bandcamp.com/album/anima-sola

martedì 1 maggio 2018

Hacride - Amoeba

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death/Thrash Progressive, Meshuggah
'Deviant Current Signal' è stato il debut album dei transalpini Hacride, esempio eclatante di come fosse ancora possibile suonare death thrash senza essere assolutamente banali. Già con il loro album d'esordio, si erano rivelati band dall’enorme fantasia compositiva e dalle spiccate doti tecniche. 'Amoeba', il loro secondo lavoro del 2007, non fece altro che consolidare le certezze acquisite da quel primo lavoro, e proiettare il quartetto francese nell’olimpo delle band dedite a questo genere di sound, affiancando i maestri di sempre Meshuggah, ed esplorando inoltre territori cibernetici (Fear Factory docet) e, udite udite, grazie alla collaborazione con la band di flamenco, Ojos de Brujo, proporre anche una cover di folle “death flamencato”; esperimento quanto mai riuscito, pur ammettendo una certa diffidenza iniziale. Come sempre il punto di partenza della band è il death/hardcore dalle ritmiche sincopate, ricco di stop’n go, in cui s’insinuano frangenti acustici, sfuriate brutal, ambientazioni industriali e passaggi in cui un sound, carico di groove, ha la meglio sulla nostra psiche, e, impossessandosi dei nostri corpi, ci impedisce di stare fermi. Dieci tracce che ci schiacciano come piccole formiche, dieci tracce che fanno saltare come pazzi furiosi. Il vocalist, Samuel Bourreau, prende spunto dai vocalizzi del suo esimio collega svedese, cercando spesso di travalicare gli schemi, proprio come accade in “Zambra”, la cover a cui accennavo precedentemente, in cui canta addirittura in stile ska. L’intero disco, nonostante la sua monoliticità, viaggia su questi binari, regalandoci perle assai interessanti di un death/thrash futuristico per quegli anni. Da sottolineare l’ottima parte centrale del disco che si conclude con la graffiante “On the Threshold of Death”, brano che ci consegna una band matura e consapevole delle proprie potenzialità. Un’eccellente produzione, presso “L’Autre Studio”, chiude un disco dalle enormi capacità distruttive. Gli Hacride, pionieri del death del futuro? Credo proprio di si. (Francesco Scarci)

venerdì 27 aprile 2018

Estate - Mirrorland

#PER CHI AMA: Symph Power Metal
La power-band proveniente dalla città russo-caucasica gemellata nientemeno che con Reggio nell'Emilia, propone un power-metal eminentemente calligrafico, fervido però di inorgoglite incursioni aliene. Insomma, aliene si fa per dire. Capita pertanto che al power quintessenziale distillato un po' dappertutto nel disco, ma soprattutto in apertura ("Mirrorland" e "The Ghoul"), si contrappongano, si fa sempre per dire, composizioni renderizzate con texture epic/prog/qualcuno-ha-orinato-nel-santo-graal ("Matter of Time"; una "Lady Wind" che si colloca tra i Dream Theater di 'Awake' e la Gillan band di 'Mr. Universe' o 'Glory Road'; una "Stolen Heart" che suona grosso modo come la suonerebbero degli Hammerfall provvisti di colbacco imprigionati nel carillon di "The Memory Remains") o di hair-melodic anni '80 (almeno due indizi: l'intera "Silver Skies", che sta tra il Bryan Adams che indossa un reggiseno di Robin Hood e il Jack Nitzsche che indossa mutandine femminili di "Up Were We Belong"; oppure l'attacco di "Lady Wind", che fa sembrare "Popcorn" di Gershon Kingsley come una specie di ouverture True Norwegian BM). Ultima nota per la copertina di Leo Hao, apprezzato illustratore esperto di di draghi, battaglie e fanciulle svestite leggiadramente maneggianti pesanti spadoni. (Alberto Calorosi)

Le Zoccole Misteriose - Il Treno

#PER CHI AMA: Punk/Hardcore
“Dandovi maggiori informazioni verrebbe meno il concetto di misterioso” chiude così il comunicato stampa che arriva insieme a 'Il Treno', nuovo EP de Le Zoccole Misteriose. Potrebbe sembrare un nome idiota ed in effetti lo è, ma questo progetto di idiota ha solamente il nome. Dopo varie esperienze, tra cui anche la composizione di un interessante stoner demenziale, arriviamo a questa ultima prova che potremo definire un disco hardcore italiano viscerale che ha come motore principale lo sfogo e l’urgenza espressiva. Pezzi mai sopra i tre minuti, testi che non superano le due righe, chitarre abrasive, velocità sostenute e voci roche e sguaiate, sono gli ingredienti principali del Treno che ti investe come un convoglio impazzito senza troppi complimenti. Si inizia con "Nascosto" che sa di alcol e serate finite tardi tra forti difficoltà motorie, il bruciore di stomaco e la puzza stantia di sigaretta che copre la stanza. Sono i disagi di una generazione che non ha più voglia di combattere ma solamente di esprimere il proprio schifo e la voglia di vomitare quattro frasi che possano in qualche modo dar fastidio a qualcuno. "Lontano dalla Mia Strada" è il mio pezzo preferito di questo breve viaggio, ove un arpeggio claudicante sostenuto da un imponente basso sorreggono versi cinici e ostinati, spezzati da un ritornello impregnato di punk, “io ti auguro miglior fortuna ma lontano dalla mia strada”, uno struggente saluto probabilmente all’ennesima zoccola che si allontana lasciando dietro di sé macerie e braci ardenti. Si prosegue con "Niente di Speciale" che porta una poetica di negazione del sé: “non sono nessuno, solo qualcuno da odiare” sbraita Raffaele, il pensiero che ci possa essere qualcuno che esista solo in funzione dell’odio che viene provato verso di lui mi disturba e mi fa pensare che l’odio a volte vince e a volte è la forza principale che muove le cose. Si chiude con la title track che si azzarda a superare i tre minuti tutti rigorosamente sparati ai mille all’ora, notevole il break finale al grido di “loro stavano solo cercando”. A volte non serve essere prolissi e sofisticati, a volte serve la semplicità di una chitarra che squarcia i coni e di una batteria che ti picchia in testa per ricordarti che se vuoi dire qualcosa, è meglio dirla subito ed è meglio dirla a tutti perché siamo in viaggio su un treno e non abbiamo la minima idea di quando scenderemo. (Matteo Baldi)

Godspeed You! Black Emperor - Luciferian Towers

#PER CHI AMA: Post Rock
Sgretolare le luciferine torri del potere. Grattacieli. Centri direzionali. Nei (dis)suoni eternamente autoperpetranti percepirete un'incombente sensazione di matematico caos. Una sorta di antiouverture sinistra e vagamente jazz-lizard-crimsoniana. "Undoing a Luciferian Towers". Sbarazzarsi incontrovertibilmente di quella disgustosa moltitudine umana costituita da incravattati egemoni del potere. "Bosses Hang". Ben fatto. Sì. Nel trionfale anthem introduttivo (poi ribadito in chiusura), potrete assaporare qualcosa come il 40% delle canzoni rock di vostra conoscenza (due a caso delle mie: "With a Little Help From my Friends" nella versione di Joe Cocker e "A New Day for Love" di Neil Young), sempre che siate disposti a perdonare a voi stessi l'aver erroneamente paragonati i G-Y!-B-E a qualcosa di lontanamente rock. "Fam/famine". Nel carestioso ground zero terzomillennaristico, riscontrerete un necessario minimalismo post-apocalittico, denso e funereo. In chiusura, l'anti-inno della dissoluzione occidentale, forse dell'intera umanità. Finalmente, vien da dire. "Anthem for No State". L'unica composizione in cui ravviserete quell'incedere necessariamente epico che riconoscete nei G-Y!-B-E e che imparaste ad amare quindi anni fa. L'unica in grado di donarvi una certa emozione sottocutanea. (Alberto Calorosi)